Scuola

Riflessioni sulla morte : Lockdown …

Elisa Sergio |

Lockdown

Il primo effetto di questa quarantena è stato la modifica in noi della percezione del tempo: è poco più di un mese che siamo reclusi in casa ma sembra che sia trascorsa una vita, perché le ore sembrano scorrere più lentamente e non siamo più sottoposti ai ritmi frenetici e stressanti che caratterizzavano prima la nostra esistenza.

All’inizio devo ammettere che questo non mi è dispiaciuto: con il lockdown fine dei risvegli alle 6,30 di mattina e delle corse in macchina per arrivare in tempo a scuola, più tempo a disposizione per fare sport, ascoltare musica in totale relax, riposarsi, improvvisare nuove ricette, godersi i film su Netflix e addirittura spazio per una parola che prima era diventata tabù: rilassarsi!

Ma la percezione del bicchiere mezzo pieno è durata poco e la nostra vita è cambiata da una settimana all’altra. Dopo la prima che abbiamo trascorso a cantare da balconi e finestre, fare flashmob, lasciare candele accese dietro i vetri e a scambiarci video sull’orgoglio di essere Italiani, pian piano si sono insinuati in noi l’ansia, l’irrequietezza, la preoccupazione, il senso di frustrazione e in alcuni momenti anche la depressione.

Incredibili a dirsi, in capo a dieci giorni ci mancava persino la scuola! Intendiamoci, più la scuola intesa come socialità che come studio, anche perché i prof si sono organizzati subito e ai compiti orali, si è aggiunta una bella dose di scritti. Le lezioni sono diventate più complicate da seguire di prima, perché necessariamente meno interattive e per di più disturbate da problemi di connessione.

Però, siamo arrivati a rimpiangere anche le levatacce all’alba, perché ci mancavano i tragitti fatti con gli amici, cantando insieme in macchina e chiacchierando fitto, fitto, per non parlare delle battute e degli scherzi durante le ore di lezione, dei tanti momenti in cui potevamo condividere i nostri problemi, scambiarci confidenze, confrontarci rispetto agli interrogativi che noi ragazzi ci poniamo.

A noi maturandi è saltato il viaggio dei cento giorni, salterà probabilmente il rituale di addio nel chiostro della scuola di cui abbiamo tanto sentito parlare, ad alcuni sono venuti meno la festa o il viaggio dei 18 anni. Senza tener conto che il venerdì ed il sabato sera non si esce più, che gli amici si vedono solo in videochiamata e che si litiga con i familiari per uscire a buttare le immondizie o per andare al supermercato, o in farmacia a prendere una boccata d’aria (metaforicamente parlando, perché l’aria filtra da dietro una mascherina!).

Ho compreso cosa significa essere privati delle proprie abitudini, della libertà e ho capito che riposo forzato non significa maggiore energia, ma si trasforma in inedia, che fiacca e fa sentire indeboliti.

Io, che ho sempre tenuto ad essere in ordine, perché la consideravo una forma di rispetto per gli altri, sarei giornalmente tentata di restare in pigiama e mi trattengo, avendo letto “Se questo è un uomo” di Primo Levi, in cui un rabbino esortava gli Ebrei di un lager, stremati dopo una giornata di duro lavoro, a lavarsi e riordinarsi, per conservare la loro dignità di uomini.

Ma la parte peggiore per tutti noi doveva ancora arrivare ed è stata davvero dura. Per me è cominciata quando ho visto i primi reportage televisivi girati dentro gli ospedali di Bergamo e Brescia, nelle trincee delle unità di terapia intensiva.

Fino a quel momento sinceramente non avevo ancora la piena consapevolezza della gravità e pericolosità di questo virus, ma quando ho cominciato a vedere persone, non necessariamente anziane, intubate e tenute prone, legate sui lettini, che lottavano fra la vita e la morte e ho sentito che molti decedevano senza l’assistenza ed il conforto dei familiari, senza un funerale e ho visto le file di carri militari che portavano via da Bergamo le bare, perché in quella città i forni crematori erano insufficienti rispetto al numero dei decessi, beh, a quel punto mi sono vergognata di essermi lamentata e ho provato un dolore profondo, misto ad un senso di smarrimento.

Da quei momenti ho cominciato a “resettare” il mio modo di vedere le cose ed il mio approccio alla vita. Ho cominciato ad apprezzare le cose più semplici, che prima davo per scontate, come una passeggiata, o stare all’aria aperta e mi sono sembrate un privilegio enorme. Ho veramente capito quell’assunto della filosofia greca per cui il male è funzionale ad apprezzare di più il bene.

Certo i nostri piani sono cambiati, continuiamo a non sapere se avremo modo di fare il viaggio della maturità quest’anno e se e quando potremo andare in vacanza, ma questa situazione ci ha messo in rapporto con problemi molto più grandi dei nostri e veramente gravi: non solo quelli di chi ha perso persone care, ma anche quelli della “bomba sociale” che può esplodere da un momento all’altro, perché tanta gente, che già arrivava a fatica fine mese o che lavorava “in nero”, ora ha perso il lavoro oppure non riceve i soldi della cassa integrazione e non sa come sfamarsi ed è disperata. Senza trascurare i problemi di tante aziende che stanno rischiando il fallimento e di tanti settori (come il turismo, la ristorazione ecc.) che sono in ginocchio e che non si sa quando potranno ripartire.

Su tante, tante persone in questo momento grava la cappa di un pesante senso di precarietà e la cosa forse più difficile da sopportare è che nessuno sa quanto durerà tutto questo. Se almeno sapessimo che dobbiamo stringere ancora i denti per uno o due mesi, ma che poi sarà tutto finito, penso che sentiremmo tutti un peso minore sul cuore. Al momento, però, davanti a noi abbiamo un’incognita e sappiamo solo che la ripartenza sarà difficilissima.

Cercando di dare un senso a tutto ciò, ho riflettuto che forse questa situazione rappresenta per noi la vera prova di maturità, perché si tratta di un’esperienza che indiscutibilmente ci ha fatto crescere, ci ha cambiati nel profondo.

In questo momento penso che abbiamo imparato a dare una gerarchia diversa alle cose veramente importanti per noi, siamo maturati in quest’ultimo mese forse più che in tutti i nostri cinque anni di liceo, sicuramente mettendo a frutto anche tutti gli insegnamenti che abbiamo ricevuto. Forse non rimetteremo più piede nelle nostre classi e non siederemo ancora nei nostri banchi, ma credo che affronteremo la nostra maturità, che ormai si profila on line, da ragazzi veramente cresciuti.

Spero solo che di tutto questo ci ricorderemo anche dopo, quando tutto sarò passato. Perché di una cosa sono convinta, che, come sempre, dopo la notte tornerà l’alba. E sarà bellissima, questa volta ancora più bella.

 

Elisa Sergio

VA liceo