Lettura & Poesie

Se questo è un uomo

Pubblicato il Giovanni Contieri

“Se questo è un uomo” scritto da Primo Levi tra il 1945/1947, è stato pubblicato da Einaudi nel 1958. Successivamente, egli scrive “La tregua”, “I sommersi e i salvati” e altri.
In questo libro, lodato da Italo Calvino, il protagonista racconta della sua vita nel campo di concentramento di Monowitz, lager situato ad Auschwitz.

Primo Levi, a quel tempo 24enne, appartenente a una banda la quale tentava di fuggire alle leggi razziali, venne colto di soppiatto da soldati Fascisti. Appena scoperta la sua appartenenza Ebraica, lo iniviarono a Fossoli, nei pressi di Modena in un campo di transito.
Poco dopo, si seppe che i deportati ebrei presenti, dovevano essere trasferiti.

Il VIAGGIO

Dopo un viaggio interminabile e in condizioni pietose, il treno arrivò a destinazione: Auschwitz.

Scesi dal treno, le SS cominciarono a disporre i deportati in due direzioni e poco dopo iniziò la disinfestazione. A seguire, una miriade di domande vagarono nell’aria, e nessuna risposta ne era giunta. Dopo due giorni circa, ogni deportato aveva tatuato sul braccio una serie di numeri, i quali erano divenuti il loro nome. In base al numero si poteva intuire da quanto tempo si era nel campo, la nazionalità e quanto rispetto era attribuito.

LE CONDIZIONI

Le condizioni in cui sopravvivevano erano al limite di ogni sopportazione. Molti cedevano per crollo nervoso, per malattie come tifo e scabbia, per deperimento, per torture e abusi; altri invece ponevano fine alle loro sofferenze abbandonandosi nei fili spinati ad alto voltaggio di elettricità.

Nessuno si poteva fidare di nessuno, tutti erano pronti a rubare tutto, dal coltello a un bottone, ogni singolo oggetto aveva un estremo valore. Vi erano baracche con cuccette a 3 piani, ed era infrequente trovare una cuccetta con un solo prigioniero.
Il lavoro era massacrante, 10-11 ore al giorno, con climi spesso molto freddi. Una domenica ogni due, ci si dedicava alla pulizia del campo e all’igiene dei prigionieri, era il cosiddetto “riposo”.
Il pasto era la zuppa, immersa d’acqua che puntualmente si smaltiva nel cuore della notte.

ESPERIENZA

Di umano in quel luogo non vi era nulla. Nonostante le condizioni, Primo Levi sviluppa una voglia sfrenata di non cedere, che manifesta attraverso la sua interiorità, la comunicazione con i pochi con cui parlava e lo scrivere, raccontare al prossimo ciò che è stato.
Questa esperienza susciterà nel protagonista un ricordo vivo fino alla fine dei suoi giorni, condizionandogli la vita una volta uscito dal campo.

INSEGNAMENTO

Una testimonianza che insegna molto, che fa capire fino a dove il genere umano è capace di arrivare, un libro che immedesimandosi leggermente nel protagonista si riesce a percepire l’umiliazione costante, la fortuna di giungere a fine giornata, la prontezza di adattarsi ad ogni situazione in cui ci si trova, ed una sottile speranza di poter vivere ancora per un altro giorno.