Economia & Politica

L’Unesco e Trump – a cura di Valerio Ulivieri

Pubblicato il Giulia Marino

Una notizia rilevante di questi giorni è che gli Stati Uniti d’America usciranno dall’Unesco, l’Agenzia delle Nazioni Unite, che ha lo scopo di promuovere la pace tra gli Stati attraverso l’istruzione, la scienza, la cultura e l’informazione nel rispetto dei diritti umani.

L’Unesco, fondata nel 1945 a Londra dopo la seconda guerra mondiale, ha sede a Parigi e conta attualmente 195 stati membri. L’Agenzia tiene ed aggiorna l’elenco di siti importanti sotto il profilo storico, culturale e naturale, definendoli Patrimonio dell’Umanità.

L’Italia, con ben 53 riconoscimenti, è lo Stato che ne conta di più.

Purtroppo, con il passare degli anni, quest’organismo è stato sempre più condizionato da complesse implicazioni della politica internazionale, generando malumori, abbandoni e prese di posizione a volte non sempre nel puro interesse culturale. Un aspetto non marginale è anche il risvolto economico: le spese sono molte ed è proprio l’America del Nord che contribuisce in maniera rilevante al bilancio dell’Agenzia. Già il precedente presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva bloccato i contributi USA per motivi politici, quando l’Unesco deliberò l’entrata della Palestina, che però non ha ancora raggiunto il riconoscimento di Stato indipendente.

La recente deliberazione dell’ Unesco di conferire alla Tomba dei Patriarchi di Hebron, in Cisgiordania, la qualifica di patrimonio palestinese dell’umanità ha determinato la presa di posizione contraria di Donald Trump, attuale Presidente, e provocato la decisione anche dello Stato di Israele di uscire dall’Unesco. Il monumento in questione è un complesso architettonico costruito su grotte sotterranee, un  luogo sacro a due religioni: all’Ebraismo, perché considerato il sepolcro dei Patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, ma anche all’Islam, tanto  che i musulmani lo chiamano la  Moschea di Abramo.

Considerando che l’elezione di Trump è stata fortemente appoggiata da un’influente e potente lobby di ebrei americani conservatori, l’azione del presidente USA sembra quindi scaturire come reazione all’atteggiamento tendenzialmente anti-Israele dell’Unesco. Inoltre il Presidente ha già dichiarato di voler abbandonare gli accordi di Parigi sul clima e di annullare i trattati di libero scambio stipulati con l’Asia e l’area del Pacifico – TPP- e l’accordo nordamericano di libero scambio fra USA, Canada e Messico – Nafta – entrato in vigore il 1° gennaio 1994, in favore di politiche più protezionistiche.

Queste vicende s’inquadrano in un suo più generale atteggiamento nazionalistico, incline ad assecondare quella parte della popolazione americana – e del suo stesso partito – che non condivide le iniziative internazionali in campo economico, poste in essere dal precedente governo di Obama.

Con la nomina avvenuta il 13 ottobre scorso del nuovo direttore generale Unesco, nella persona di Audrey Azoulay – un’esperta donna politica franco marocchina di fede ebraica- si spera nel riavvicinamento e nel rientro di Israele e USA nell’Agenzia e, di conseguenza, nel reintegro dei loro contributi, che costituiscono un quarto dei finanziamenti dell’organizzazione.